Alla morte della madre, il conto corrente cointestato sembrava la cosa più semplice da gestire.
“È metà per ciascuno”, diceva uno dei figli. “È sempre stato così”.
In realtà no.
Nel nostro ordinamento la cointestazione non dice tutto. Serve a far funzionare il conto in vita, ma non stabilisce automaticamente la proprietà delle somme. Quelle vanno ricondotte a chi le ha effettivamente versate.
In quel caso, analizzando gli estratti conto, è emerso che il denaro proveniva quasi interamente dalla pensione della madre. Il figlio cointestatario aveva firmato, sì, ma non aveva mai contribuito.
Questo ha cambiato completamente la prospettiva: le somme non erano “sue per metà”, ma entravano a far parte dell’asse ereditario e dovevano essere divise tra tutti gli eredi.
La difficoltà non è stata giuridica, ma emotiva.
Il figlio si sentiva legittimato da anni di gestione pratica del conto; gli altri vedevano in quella cointestazione un’ingiustizia silenziosa.
Il diritto, in questi casi, non guarda alle sensazioni ma alle prove.
E insegna una lezione importante: ciò che sembra semplice in banca può diventare molto complesso in successione.
