La lite non era sui figli. Almeno non ufficialmente.
Era su uno scontrino da 480 euro per un corso di inglese.
Il padre sosteneva di non essere stato avvisato; la madre che si trattava di una spesa necessaria. Entrambi avevano una lunga lista di precedenti, fatta di messaggi non risposti e decisioni prese in solitaria.
Nel diritto di famiglia le spese straordinarie sono uno dei terreni di conflitto più frequenti. Non tanto per l’importo, quanto per ciò che rappresentano: il confine tra decisione condivisa e autonomia genitoriale.
La legge non fornisce un elenco rigido valido per ogni famiglia. Ci sono spese certamente straordinarie (mediche, scolastiche rilevanti), altre che dipendono dal contesto, dal tenore di vita, dalle abitudini precedenti alla separazione. E poi c’è il tema, delicatissimo, del consenso.
In quel caso non si è discusso solo di inglese.
Si è discusso di comunicazione interrotta, di ruoli non riconosciuti, di una separazione che aveva lasciato troppi non detti.
Il giudice ha valutato la spesa come coerente con il percorso educativo dei figli, ma ha anche richiamato entrambi i genitori a un dovere che viene prima dei rimborsi: informarsi e confrontarsi, anche quando è faticoso.
Spesso chi entra in studio chiede: “Ho diritto a farmi rimborsare?”.
La vera domanda dovrebbe essere un’altra: “Sto usando i miei diritti per proteggere i figli o per continuare una guerra con l’ex partner?”
Le spese straordinarie non sono solo una voce di bilancio. Sono il termometro di una genitorialità che, anche dopo la separazione, deve restare condivisa.
